26 febbraio 2021 – Anniversario dello Statuto Speciale
L’autonomia è un valore fondamentale per la Valle d’Aosta, essendo la ragione stessa della sua esistenza in quanto comunità.
Ottenuta grazie alla sua storia, alla sua posizione geografica, alle sue lingue, l’Autonomia è il frutto, oltre che della particolare situazione internazionale venutasi a creare alla fine della Seconda Guerra Mondiale, della Resistenza al fascismo e del contributo, sia pure in termini diversi, di uomini come Emile Chanoux e Federico Chabod.

Le potenzialità offerte dallo Statuto speciale del 1948, esaurito lo slancio e l’entusiasmo della fase costituente, sono però state nel corso degli anni scarsamente esplorate dalla classe politica valdostana, che si è limitata a considerarlo come uno strumento per mere rivendicazioni, essenzialmente di carattere finanziario, nei confronti dello Stato, culminate con il riparto fiscale ottenuto con la legge 690 del 1981.
Questa concezione dell’autonomia, favorita da una crescita esponenziale delle risorse finanziarie disponibili, ha contribuito a creare un sistema di potere basato sullo stretto connubio tra politica, amministrazione e affari, incentrato su una capillare distribuzione di tali risorse finalizzata quasi esclusivamente ad una crescita del consenso politico dei partiti di governo, senza preoccuparsi di utilizzarle per creare un modello di sviluppo originale e sostenibile per la Valle d’Aosta.
L’avvento della crisi economica, i tagli delle risorse regionali, le inchieste giudiziarie che stanno travolgendo la classe politica valdostana e che hanno causato la fine anticipata della precedente legislatura hanno definitivamente posto fine a questo sistema.
Ora è necessario cambiare passo, se non si vuole consegnare la Valle d’Aosta e la nostra autonomia alle sirene dei partiti populisti e sovranisti, che non a caso alle ultime elezioni regionali hanno ottenuto un ampio consenso elettorale.
Il Presidente emerito della Corte costituzionale Valerio Onida, nel corso di un convegno svoltosi ad Aosta alla fine del 2019, ha ribadito con forza il valore del regionalismo, e quindi dell’autonomia, come argine ai sovranismi imperanti, in un’epoca storica in cui lo Stato avrebbe sempre meno ragione di esistere, limitato com’è nei suoi poteri da organismi internazionali quali le Nazioni Unite e dalla sempre maggior influenza dell’Unione Europea nelle politiche nazionali, come dimostrano ampiamente le misure, in gran parte finanziate dall’Unione Europea, che si stanno mettendo in piedi per affrontare la crisi economica derivante dalla pandemia.
Lo strumento per cambiare passo deve essere il passaggio ad un’autonomia responsabile, non più vissuta come sterile rivendicazione di privilegi, ma come opportunità per gestire responsabilmente la nostra comunità, valorizzandone le prerogative, la vocazione europea ed i valori quali la tutela del territorio.
Ma l’autonomia deve anche essere uno strumento aggiuntivo, non in contrapposizione allo Stato, ma in chiave di sussidiarietà, per affrontare emergenze quali quelle che oggi stiamo vivendo a causa della pandemia, ma che in passato abbiamo già vissuto, per esempio con la tragica alluvione del 2000, non per demagogiche battaglie di principio, ma utilizzando competenze e risorse finanziarie per aiuti concreti e immediati ad un’economia messa in ginocchio dalle misure adottate per la tutela della salute, che rimane il bene primario da salvaguardare.
AUTONOMIA RESPONSABILE SIGNIFICA:
1. Utilizzare al meglio e in modo originale le nostre competenze, non copiando acriticamente quello che fa lo Stato ma cercando di valorizzare anche le esperienze di realtà simili alla nostra (Savoie, Valais, Tirol, Trentino…);
Ciò significa, per esempio, utilizzare il bilinguismo sancito dallo Statuto come reale momento di crescita e come strumento per una migliore integrazione europea, non limitandosi ad una sua formale applicazione nella scuola e nei concorsi pubblici, ma come opportunità per una valorizzazione dell’Università e per la ricerca di modelli sperimentali di apprendimento linguistico.
Ciò significa anche sfruttare le competenze legislative già in nostro possesso, attribuite alla Regione dallo Statuto e dalle norme di attuazione, spesso invocate a livello di principio ma scarsamente utilizzate nella pratica, in mancanza di una reale cultura autonomista;
2. Rivendicare nuove competenze, attraverso modifiche statutarie che, per esempio, blindino nello Statuto il riparto fiscale, stabilendo in tale sede la quota di tributi erariali di spettanza della Regione, evitando che sia sempre il frutto di contrattazioni con lo Stato, o che indichino nello Statuto, in un’ottica federalista, le competenze dello Stato, attribuendo alla Regione, in modo residuale, tutte le altre competenze.
Ma significa anche attivare la Commissione paritetica per la definizione di norme di attuazione fondamentali per la nostra Regione, quali quella sull’acqua, che è la nostra ricchezza più importante, che deve rimanere un bene primario pubblico.
Opportunità che avrebbero potuto creare un reale decentramento amministrativo agli enti locali, anche con lo scopo di riequilibrare il territorio, applicando in loco quel principio di sussidiarietà tanto invocato nei confronti dello Stato ma quasi mai esteso nella nostra realtà, favorire la vocazione europeista di una regione frontaliera e bilingue, valorizzare gli strumenti di democrazia diretta, viste le piccole dimensioni demografiche della Valle d’Aosta, e soprattutto salvaguardare l’ambiente e il territorio, che sono le nostre principali risorse.
Riprendendo le parole di Cesare Dujany, l’autonomia non deve essere intesa come un patrimonio ereditario, ma come un bene da meritare quotidianamente.
Negli oltre settant’anni trascorsi dalla promulgazione dello Statuto l’autonomia non è stata meritata quotidianamente, essendo diventata all’interno della società e della classe politica valdostana sinonimo di privilegi e non assunzione di responsabilità.
Bisogna ricominciare a fare politica, per meritare l’autonomia!