Luìs Sepùlveda ce l’ha portato via quell’invisibile virus che sta ponendo all’umanità più domande di un filosofo. Ci sta chiedendo che cosa è più importante per noi, a che cosa non siamo disposti a rinunciare, che cosa dobbiamo cambiare di quello che pensavamo, credevamo, facevamo fino a un mese e mezzo fa. Rivogliamo indietro la vecchia vita con tutto quello che già non ci piaceva, ma era comunque meglio di questa reclusione senza abbracci? Ne vogliamo una che provi a guardare avanti per prevenire altri disastri più gravi e definitivi del Covid, come quello climatico alle porte? Sepulveda avrebbe certamente scelto questa seconda ipotesi; da militante ambientalista e da bon vivant, la bella parola francese che indica chi sa godersi la vita, le sue cose belle e importanti: gli affetti, gli amici, il buon cibo.
Era venuto in Valle d’Aosta nel 1997 invitato da Ugo Venturella del settore educazione ambientale dell’assessorato regionale all’ambiente retto all’epoca da Elio Riccarand.
Aveva già pubblicato romanzi famosi: “L’uomo che scriveva romanzi d’amore”, uscito in Italia nel ‘93, “Il mondo alla fine del mondo”, “Un nome da torero” e, l’anno prima, 1996, “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”.
Elio e Ugo lo portarono a mangiare la valpellinentze e lui dopo cena fece loro un appassionato elogio del wisky.
Non so se fu in quella stessa occasione che incontrò al Salone Regionale gli studenti di alcune scuole valdostane.
Di lui, oltre ai romanzi, era nota la persecuzione politica subita nel suo paese, il Cile. Luìs, che al momento del colpo di Stato militare di Pinochet si trovava alla Moneda, il palazzo presidenziale dove morì Allende, era stato arrestato, torturato e infine scarcerato quasi un anno dopo grazie ad Amnesty International. Riarrestato, processato e condannato all’ergastolo, la sua pena era stata commutata, dopo un altro anno e mezzo di carcere e sempre grazie ad Amnesty, in quella d’esilio.
Poco si sapeva invece dei suoi altri trascorsi politici. Per esempio che era stato espulso dall’Università di Mosca, presso la quale aveva vinto una borsa di studio, per “atteggiamenti contrari alla morale proletaria”; atteggiamenti che non si sa se consistessero nel rapporto con dissidenti o in quello, più intimo, con la moglie del direttore dell’Istituto di ricerche marxiste. Gli ambientalisti, ma forse non il grande pubblico dei suoi lettori, sapevano dei cinque anni di lavoro su una nave di Greenpeace e del suo impegno costante in quel campo.
Ricordo che quella mattina al Salone Regionale, raccontando un poco della sua vita avventurosa agli studenti, ricordò un episodio avvenuto alla frontiera cilena. Una guardia gli aveva chiesto che lavoro facesse. “Scrittore”, aveva risposto Luìs. “Ho detto lavoro” aveva ribattuto la guardia. E raccontando questo se la rideva di gusto, ma intanto ci diceva una cosa importante: che nelle dittature gli intellettuali sono considerati, prima ancora che pericolosi, inutili bocche da sfamare. E che questo disconoscimento, questo disprezzo per gli intellettuali, per gli scrittori, per i libri, è il marchio di fabbrica del totalitarismo.
Oggi, per aiutarci a rispondere alle domande che il Covid ci ha suscitato, servono i pensieri di quelle persone che, invece di guardare nelle proprie tasche e ai prossimi sei mesi, sanno vedere lontano, guardare all’umanità intera e immaginare, inventare nuove possibili risposte.
Lui, purtroppo, non c’è più.
Maria Pia Simonetti