Immaginate che improvvisamente il governo del vostro paese decida che le donne non possono più votare, uscire da sole, lavorare, studiare, truccarsi, guidare, avere cure mediche e che chi non obbedisce sia punito con pene corporali fino alla morte.
Cosa fareste? Accettereste supinamente le nuove regole? Rinuncereste ai diritti e alle libertà faticosamente conquistate? Lottereste oppure fuggireste?
Pensate che non possa accadere? Che non sia possibile tornare indietro su conquiste di civiltà già acquisite?
Eppure è successo, succede e succederà ancora: è successo in Iran, dove la libertà delle donne è stata cancellata dopo la presa del potere degli Ayatollah; succede ogni giorno in Italia, dove diritti sanciti dalla legge restano inapplicati e sta succedendo in Afghanistan, dove la conquista armata dei talebani ha azzerato gli spazi di libertà che si erano aperti soprattutto per le donne.
I diritti umani non possono essere stravolti da interpretazioni estremiste di precetti religiosi.
La Dichiarazione 48/104 del 1993 dell’assemblea delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne – dove per violenza si intende “qualsiasi atto di violenza di genere che si traduca in, o possa provocare, danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche alle donne, comprese le minacce di tali atti, la coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia che avvengano nella vita pubblica che in quella privata” (risoluzione ONU 54/134 del 1999) recita all’articolo 4: “Gli Stati dovrebbero condannare la violenza contro le donne e non dovrebbero appellarsi ad alcuna consuetudine, tradizione o considerazione religiosa al fine di non ottemperare alle loro obbligazioni quanto alla sua eliminazione. Gli Stati dovrebbero perseguire con tutti i mezzi appropriati e senza indugio una politica di eliminazione della violenza contro le donne”
Ebbene questo è il momento di dimostrarlo.
Per questo la lotta delle donne Afghane è la nostra lotta, il loro dolore rinnovato dopo un’illusione di libertà è il nostro dolore.
L’estremo della situazione dell’Afghanistan – paese senza pace, teatro impotente di avanzate e ritirate da parte di un occidente che manipola l’economia e la politica internazionale dietro il paravento di una impossibile democrazia da asporto – ci porta per istinto di difesa a pensare che il problema sia “altro” da noi, come spesso accade di fronte alla negazione dei diritti altrui.
Occorre invece prendere coscienza del fatto che – mentre gli Usa dichiarano candidamente di essere intervenuti nella situazione afghana a mera tutela dei loro interessi e paesi come Russia e Cina sono già in via di trattative con il regime Talebano – l’Europa, ancora in fase di costruzione di una politica estera comune, risulta troppo debole ed ininfluente.
I corridoi umanitari possono certamente costituire una via di fuga immediata per chi rischia la vita, ma non possono essere l’unica soluzione: occorre una politica attiva e permanente, che sappia garantire il monitoraggio dei diritti sul lungo periodo, e non limitarsi ad una fase di trattativa politica, i cui effetti, come sappiamo fin troppo bene, vengono a scemare assieme al calare dell’attenzione internazionale.
Occorre quindi una precisa presa di posizione da parte di ogni singola istituzione, movimento e persona, che sostenga le associazioni, le ong e tutti coloro che stanno operando in Afghanistan in questo momento e che solleciti la messa in campo immediata di tutte le risorse possibili, che le parole “non siete sole” diventino una realtà e cessino di essere uno slogan.
LE DONNE DI PCP
Aosta 21Agosto 2021