Nei prossimi giorni il Consiglio Regionale dovrebbe varare, dopo l’approvazione della legge 55/2020 di lunedì 24 con le prime misure urgenti, un provvedimento più strutturato e coordinato per dare corpo a quella reazione economica e sociale alla crisi epidemiologica di cui c’è urgente necessità. Se non vogliamo che, oltre il dramma sanitario, ci si trovi impreparati alle conseguenze di medio periodo (che per la Valle d’Aosta promettono di essere molto pesanti) non c’è tempo da perdere.
Senza dubbio è prioritario sostenere il tessuto economico della nostra regione soprattutto in quelle filiere produttive di beni di consumo che patiranno il calo della ricchezza delle famiglie e quindi del mercato in generale.
Ma sarà ancor più urgente accompagnare quei settori strategici per il nostro territorio, come il turismo, la ristorazione o la cultura, che si troveranno, di fronte non solo ad un calo di fatturato circoscritto nel tempo ma ad una radicale trasformazione dei bisogni e delle condizioni di produzione dei servizi e che dovranno essere aiutati a rispondere a nuovi bisogni. E’ banale immaginare che se nel 2018 abbiamo potuto contare su 3,6 milioni di presenze di turisti in Valle d’Aosta, il 2021 rappresenta quanto meno un’incognita per la quale non basterà una politica di marketing o un sussidio. Su questo lato della crisi va detto che sono in gioco interessi enormi e che i soggetti della rappresentanza del mondo economico sanno come farsi valere anche se troppe volte a scapito dei lavoratori come si è visto, purtroppo, nella cronaca di questi giorni.
Tuttavia ciò che pare emergere dal dibattito politico di questa fase è una generale sottovalutazione delle conseguenze “sociali” della crisi in atto. Il Covid-19 ci ha infettato in una condizione critica del sistema di protezione sociale e, purtroppo, già densa di diseguaglianze e problemi. A Febbraio 2020 il sistema di welfare valdostano appariva già bisognoso di una riforma radicale sia sul piano degli investimenti sempre più ridotti sia su quello della innovazione dei servizi. Le politiche per le famiglie erano solo ipotizzate; il sistema di sostegno agli anziani, tra ipotesi di chiusura delle micro comunità e arretratezza dell’assistenza domiciliare, in piena asfissia; gli investimenti per la non-autosufficienza in calo; la progettualità per sostenere le famiglie con disabili e per promuovere la loro indipendenza in difficoltà; le politiche per l’infanzia dominate dalla contrazione dei fondi pubblici mentre quelle per l’integrazione degli immigrati segnate dai pregiudizi e dalle strumentalizzazioni politiche della destra.
In questo scenario anche la lotta all’esclusione sociale che ha visto l’avvento del Reddito di Cittadinanza non ha avuto il tempo di riflettere su questa prima fase di rodaggio della nuova misura. Essa ha rappresentato un forte salto dimensionale nelle politiche contro la povertà ma ha fatto emergere numerose criticità che andrebbero affrontate con determinazione in un tempo ordinario e rendono l’RDC di difficile efficacia con l’emergenza in atto.
Il rischio è che le misure che devono essere prese oggi, e che si stanno ipotizzando, producano, paradossalmente, nuove diseguaglianze perché innestate su un sistema già fragile e in affanno.
Bisogna essere consapevoli che dopo l’emergenza sanitaria la nostra società non sarà più la stessa e che le scelte che stiamo per fare oggi, scelte onerose e complesse, saranno decisive per la coesione sociale delle nostre comunità anche in futuro. Agire solo a tutela di alcune categorie d’individui, magari di quelli che hanno una voce più̀ forte, sarebbe profondamente ingiusto, ma anche controproducente perché fonte di nuova rabbia sociale e quindi un ostacolo alla ripresa economica del paese.
Ma come agire dunque?
Innanzitutto credo che occorra fare lo sforzo di avere uno sguardo d’insieme e progettare misure in grado di generare fiducia nell’intera popolazione. Pur distinguendo le diverse categorie che hanno bisogni diversi e attese diverse è necessario trasmettere ai cittadini il senso di una direzione chiara, di un presidio istituzionale che, anche nelle legittime differenze politiche, ha ben chiaro che anche la tutela sociale, al pari di quella sanitaria, è un bene superiore da garantire. Sarebbe un grave errore seguire lo schema di una sommatoria di pezzi, magari ispirati da logiche parziali di consenso elettorale o da sensibilità di singoli consiglieri, senza una visione condivisa. Si trasmetterebbe l’immagine di una politica forse irrimediabilmente lontana e autoreferenziale.
Senza dubbio occorre un forte intervento a tutela degli occupati (affinché non diventino disoccupati o workingpoor cioè lavoratori poveri), ma con una seria analisi dei diversi gradi di vulnerabilità a seconda delle diverse posizioni contrattuali, degli strumenti già in essere per la loro autotutela e della stessa capacità delle imprese di innovare per adattarsi alle diverse condizioni del mercato. Detto in parole diverse non saranno utili, a mio parer, contributi a pioggia senza criteri o progetto. E non saranno utili azioni volte a conservare l’esistente con lo scopo di contrastare il cambiamento. Resilienza, adattabilità, innovazione, nuovi modelli produttivi dovranno essere, a mio parere, i fuochi principali degli investimenti pubblici.
Nel breve e medio periodo, però, si può ragionevolmente supporre che le posizioni di molte famiglie che l’Istat definisce a “rischio povertà” e che in Valle d’Aosta rappresentano nel 2018 il 12%, si troveranno a varcare il confine a causa delle conseguenze sanitarie del virus, della perdita di lavoro, dell’interruzione del sostegno educativo o del disagio sociale crescente. Occorre uno strumento agile di sostegno al reddito per quelle famiglie che non avranno altre opportunità per superare la contingenza. Una proposta potrebbe essere quella di riattivare le modalità previste dall’articolo 13 della legge 23 del 2010 laddove prevedeva un intervento economico di sostegno provvisorio istruito dalle assistenti sociali sul territorio e erogato dalla regione. Uno strumento flessibile, complementare agli altri interventi e gestito a livello locale per rispondere ai bisogni non altrimenti soddisfatti.
Le priorità, per un intervento strutturale, mi sembrano, invece, rappresentate dai minori, dagli inoccupati e dagli anziani considerando, queste, come le categorie più a rischio nella società del dopo-virus. Penso che sia necessario rafforzare, in questa condizione straordinaria di isolamento in particolare degli anziani un monitoraggio della condizione di solitudine e di inattività in cui versano forzatamente sia, per intervenire sul piano sanitario, se c’è ne bisogno estendendo l’operatività delle Unità Speciali di Continuità Assistenziale, sia per prevenire l’aggravarsi delle patologie tipiche della terza età che rischiano di aggravarsi. Gli anziani, prime vittime del Covid-19, rischiano di esserlo anche nel post-crisi perché nella società più impaurita, meno relazionale e più tecnologica che ci si prospetta saranno anche i nuovi “esclusi” con il costo sociale ed economico che possiamo immaginare. Sul versante dei minori non dobbiamo rinunciare alla loro socialità né all’offerta educativa della prima infanzia anche, in presenza di una domanda che, presumibilmente, potrebbe calare per effetto delle trasformazioni del mondo del lavoro. Disinvestire in questo settore ha come effetto principale la solidificazione delle diseguaglianze e la loro traslazione generazionale. Bisogna superare l’idea che gli interventi educativi per la prima infanzia siano una forma di sostegno all’organizzazione familiare. NO. Si tratta del primo e “fondativo” investimento educativo che una società matura fa sui propri membri non per il bene dei genitori ma per quello delle persone-bambine e proprio per questo rappresenta un valore inestimabile. Proprio in considerazione dello stato di crisi in cui siamo, dobbiamo avere la lungimiranza a di elaborare scelte indirizzate anche verso le generazioni future.
Rispetto alle politiche di lotta alla disoccupazione dovranno essere rafforzate e re-indirizzate le azioni di orientamento professionale. L’emergenza sanitaria arriva nel pieno della fase di riprogrammazione degli obiettivi di sviluppo dei fondi europei per il periodo 2021/27. Naturalmente l’Europa dovrà tener conto della pandemia in atto ma anche un territorio come la Valle d’Aosta dovrà fare uno sforzo di riconversione delle proprie politiche occupazionali per sfruttare al meglio, fino all’ultimo euro, le risorse della Comunità Europea. Per fare questo occorre investire risorse nella capacità strutturale di progettazione, di rendicontazione e di spesa dei fondi europei che, come sappiamo è oggi in difficoltà. Non possiamo permetterci di sottovalutare questo aspetto perché se i fondi europei sono stati sempre importanti saranno decisivi nei prossimi anni e non possiamo farci cogliere impreparati.
Nei provvedimenti che si stanno mettendo a punto sarebbe poi un bel segnale se si potesse approvare subito, nella logica dell’urgenza e della straordinarietà, il Piano per le Politiche del Lavoro per dare un orizzonte certo alle istituzioni e alle imprese sulle cose da fare.
Il secondo punto programmatico che, a mio parere, andrebbe sviluppato è quello relativo alla necessità di fare tesoro delle esperienze e delle competenze già maturate nell’ambito delle politiche sociali territoriali. La rete delle assistenti sociali e degli operatori dei vari ambiti del “sociale” va rafforzata, valorizzata e coordinata perché reagisca al meglio, a partire dall’esperienza. Gli Enti Locali vanno messi in grado di operare con maggiori risorse economiche e senza quelle limitazioni normative e operative che ne hanno progressivamente ingessato il ruolo a favore della centralizzazione regionale. Bisogna rafforzare il Terzo Settore e il volontariato perché possa tornare al più presto ad operare con gli anziani e con le altre categorie sociali a rischio e produrre nuova coesione sociale. Inoltre il Terzo Settore ha bisogno di un intervento pubblico per ampliare la sua capacità di generare ricchezza economica e nuova impresa sociale che, nel medio periodo, sarà un spazio occupazionale sempre più rilevante.
Il terzo snodo fondamentale è il bisogno di una comunicazione forte diretta a tutti i cittadini per sottolineare da subito che nessuno sarà lasciato ai margini e che le istituzioni, diversamente dal passato, hanno compreso che è cambiata una fase storica. È un punto essenziale e determinante. Questa crisi arriva in una fase di estrema debolezza della politica e della democrazia valdostane. Se non ci sarà un impegno di tutti per ridare integrità e autorevolezza alle istituzioni, come solo la politica può fare, anche i provvedimenti che si prenderanno rischieranno l’inefficacia al di là della loro intrinseca bontà. Ci vuole un salto di qualità da parte di tutti e una “comunica-azione” capace di far riguadagnare alle istituzioni il credito perso.
Nella società di domani la vera scommessa, sulla base della quale si deciderà il futuro del paese e della nostra regione, sarà come ricomporre quella fiducia collettiva che è l’energia fondamentale dello sviluppo. Senza fiducia non ci sarà la forza per scegliere la strada giusta nel bivio che ora ci si presenta fra nuova responsabilità sociale e cura dei beni pubblici e la via più semplice, ma terribilmente costosa, di un nuovo individualismo fatto di paura e solitudine.
Fabio Protasoni