Ciao Fabio ti porto il saluto di tanti da più parti del Paese, del mondo ACLI, molti dei quali sono cresciuti con e grazie a te. Il saluto in particolare della Presidenza nazionale e del Presidente nazionale, Emiliano Manfredonia. Ci stringiamo qui a Nathalie, ai figli Paolo e Bianca, al suo caro papà Dario e alla sorella Gabriella, ai familiari e amici tutti.
Fabio è stato impegnato nelle ACLI fin da giovanissimo a Brescia.
Dopo essere stato nella segreteria nazionale diviene Coordinatore nazionale dei Giovani delle ACLI (GA) nel 1993, in anni molto importanti, per il contributo delle ACLI al rinnovamento della politica e del Paese, quelli del Presidente Giovanni Bianchi (che lo attende lassù). Era la GA delle prime Agorà, la GA che con il progetto “Un sorriso per la Bosnia” coinvolse migliaia di giovani come volontari nei campi profughi in Slovenia (impegno nei Balcani e in altre zone martoriate del pianeta che si radica allora e cresce ancora oggi con IPSIA, l’Ong promossa dalle ACLI, e i suoi volontari). La GA che beneficerà anche della dedizione di Nathalie. La GA di diversi dirigenti delle ACLI di oggi.
Successivamente il Presidente nazionale Franco Passuello lo chiamò a far parte della Presidenza nell’importante ruolo di Segretario all’Organizzazione, incarico che proseguì successivamente con la Presidenza di Luigi Bobba per poi passare ad occuparsi dei rapporti con le realtà associative. Partecipò da Segretario Organizzativo nel 1997 alla fondazione del Forum nazionale del Terzo settore, di cui fu anche tesoriere, condividendo con tante organizzazioni l’ambizione che dalla società civile popolare debba venire un cambiamento profondo della politica e del Paese.
È stato dirigente dei Cristiano Sociali, componente per diversi anni dell’esecutivo nazionale, partecipando attivamente ai fondamenti della nascita del Partito Democratico. Nel libro “Da Credenti nella sinistra” è richiamato un suo articolo sulla redazione del Manifesto dei valori del nuovo partito nel quale indica il pluralismo come “risorsa ed energia” e non come limite. Una citazione volta a sottolineare il contributo determinante dei Cristiano Sociali alla definizione, nel Manifesto, del valore della laicità intesa “non come il luogo di una presunta neutralità, ma come rispetto e valorizzazione del pluralismo degli orientamenti culturali e quindi anche come riconoscimento della rilevanza nella sfera pubblica e non solo privata, delle religioni, dei convincimenti filosofici ed etici, delle diverse forme di spiritualità”.
Una volta in Valle d’Aosta prosegue ad operare e ad impegnarsi a Torino nel Patronato e nelle ACLI del Piemonte, occupandosi di ricerca, comunicazione e formazione, oltre all’impegno ad Aosta nel Terzo settore e in politica, che altri raccontano meglio di me: la creazione del Forum, il Centro Servizi per il Volontariato, i Pendolari stanchi, l’impegno politico. Le ACLI valdostane lo hanno ricordato anche ieri durante la manifestazione Edileco run, anche con una scritta sulla bandiera. Tutti lo portano nel cuore ripensando agli ultimi istanti: compagno di strada, gioviale e sorridente negli incontri interregionali dei promotori sociali di Valle d’Aosta, Piemonte e Liguria o nel convegno di giugno qui ad Aosta organizzato dal Forum e dal CSV. Sempre e ancora a dispensare forza e coraggio agli altri.
Mi scuso se il mio ricordo si fa ora forse troppo personale, frutto soprattutto di anni di gioventù ormai remoti, ma se dovessi dire di lui in breve direi che Fabio era la Politica interpretata come ostinata poesia.
In lui c’era questo abbinamento quasi impossibile: ostinato, utopico ed elegante impegno politico. Parole che insieme compongono quasi un ossimoro, specie oggi che spesso soffriamo, invece, il prevalere di un’assenza di politica di fronte a un mondo sempre più in guerra e all’umana esistenza che ogni giorno soccombe, nell’indifferenza di tanti, in fuga nel nostro mare o attraversando deserti e montagne.
Tre parole mi aiutano a raccontare l’impegno di Fabio e a renderne grazie.
La prima è Agorà. Agorà era ed è l’incontro nazionale di tanti giovani, nato in quegli anni, che simboleggia il rinnovamento della società e della democrazia. Agorà era per noi innanzitutto la piazza, il luogo di incontro, di relazioni, di confronto e dialogo tra le differenze e le religioni. Era la fatica della pace che nella Sarajevo assediata di quegli anni con don Tonino Bello assumeva il nuovo nome di “convivialità delle differenze”. Nome oggi più che mai profetico e attuale in una società dove l’umana convivenza è sempre più sotto tensione e la violenza sembra diventare alfabeto.
Agorà che significa assemblea, il luogo in cui animare la democrazia, prendere parola, giocarsi in prima persona per dare spazio e parola ai più deboli e alle ragioni dell’ideologia incarnata dalla Costituzione: quella della lotta per la libertà e la giustizia sociale.
Col tempo, crescendo, abbiamo scoperto che Agorà vuol dire anche Mercato e che non era tutta poesia, e porta con sé anche la competizione, le lotte di potere, le ferite, i compromessi e spesso la delusione del sogno che avevi fatto insieme. Per Fabio no, la delusione c’è stata, ma non l’ha abbattuto mai né ha ridotti di una virgola il sogno, la poesia e la postura sempre disinteressata del suo servizio. Sapeva che la conflittualità è nelle cose, sentiva la responsabilità di quello che si era sognato e forse anche perché la vita di fabbrica, di giovane metalmeccanico, gli aveva dato una forte dose di umiltà e di coscienza del valore della fatica, e del tempo che le spetta per dare frutti.
La seconda parola è infatti l’ostinazione. Fabio era giudicato caparbio, determinato e mite insieme: dialogava anche di fronte a posizioni avverse, addirittura all’ostilità, ma non scendeva a compromessi bassi o a scorciatoie, né rinunciava alla lealtà e al rispetto, all’onesta delle proprie mosse, al rigore e alla coerenza umane e politiche, all’impegno come servizio. Non rinunciava all’eleganza prima di tutto nelle relazioni.
La sua è stata l’ostinazione di sinistra, che spesso viaggiava “in direzione ostinata e contraria”, il sostegno alla causa di questioni sociali che oggi forse tornano urgentemente all’attenzione di tutti, ma che a un certo punto anche nel centro sinistra e nella Chiesa erano portate avanti solo da una minoranza di persone, spesso isolata e spesso giudicata fuori dal tempo: l’eguaglianza, la nonviolenza, la pace, l’ecologia, la dignità delle condizioni di lavoro, una chiesa povera e dei poveri, la laicità come profezia e responsabilità, come umile ricerca della sequela di Cristo nei drammi della storia e della società, e non come militanza arruolata. L’essere credenti nel pluralismo e l’essere credenti di frontiera.
La terza parola è la sconfitta e l’essere minoranza. Non che non abbia vinto spesso. Ma la sconfitta, e l’essere minoranza, sono sempre state messe in conto. Non che a Fabio piacesse, ma era parte del gioco, sapeva che proprio per non perdere, e per non perdersi, spesso si deve fare i conti con la sconfitta. Era molto cristiano il suo atteggiamento, anche quando diceva “non ce la faremo mai” era sempre con il sorriso di chi aveva assunto la possibilità della sconfitta come un conto da pagare.
Era tutt’uno con il suo trasmettere sempre forza e coraggio.
E così oggi che torniamo in piazza per la pace, che torniamo in piazza per riscattare la Costituzione come via maestra per attraversare insieme questo tempo inedito e drammatico, che riscopriamo la necessità dell’essere schierati coi più poveri, come chiedeva don Milani, che ci sentiamo chiamati a una chiesa in uscita, oggi che vediamo crescere in tanti giovani, qui e nel mondo, una nuova coscienza umana e civile (certo anche in mezzo a tanta fragilità)….ci sovviene di pensare che aveva ragione lui. Un grande insegnamento il suo, per questi tempi e per quelli che verranno: la determinazione, l’onestà, la fedeltà al Bene comune, la lealtà valgono e pagano anche se spesso incrociano inevitabilmente la sconfitta, la notte e il buio.
Come buia e vuota è ora la morte. Ma nel vuoto e nel dolore dobbiamo e possiamo custodire l’umanità e il senso di riscatto che tanto attorno a sé Fabio ha seminato e ha fatto fiorire e crescere: tanta vita per gli altri, tanto affetto e tanta generosità che ci dicono che la Resurrezione la possiamo già scorgere qui, nell’ostinata poesia che la sua esistenza breve, ma intensa, oggi ci consegna.
Come hanno scritto alcuni amici Fabio ci mostra qui ed ora quanto sono carne viva le parole di don Tonino:
“il Signore è Risorto proprio per dirci che di fronte a chi decide di “amare” non c’è morte che tenga, non c’è tomba che chiuda, non c’è macigno sepolcrale”.
Stefano Tassinari