PREMESSA

Il 10 gennaio 1946, esattamente 77 anni fa, si è riunito per la prima volta il Consiglio della Valle, cioè il Consiglio con le persone nominate dal CLN valdostano, la prima assemblea di una VdA che usciva dal ventennio fascista e affermava un sistema democratico.
Oggi, invece di celebrare quell’avvenimento storico, ci troviamo a dover scrivere come consiglio regionale un’altra pagina nera della sua storia, con l’ennesima crisi.

Purtroppo non è una situazione che stupisce più di tanto, perché in Valle d’Aosta ci siamo ormai quasi abituati ad un vortice di cambi di maggioranza e di governo, che in 6 anni hanno portato a 6 diversi presidenti e a un numero ancora più alto di maggioranze. Particolarmente grave è stato lo scioglimento anticipato del Consiglio nel 2020, cosa mai accaduta da quando la Valle d’Aosta ha la sua autonomia.

Per quella crisi qualcuno ha cercato di sostenere che si trattava di una contingenza particolare legata all’inchiesta sulla ‘ndrangheta e all’uragano che aveva investito il Consiglio e la Giunta. Era una lettura forzata ma oggi non c’è neppure una qualsivoglia motivazione esterna.
Qui non ci troviamo di fronte ad una crisi determinata da avvenimenti eccezionali o da precise scelte politiche fatte alla luce del sole, ma da una azione ostile che si è sviluppata tutta all’interno del principale gruppo di maggioranza.

Oggi la situazione è chiaramente diversa rispetto ad altre che abbiamo vissuto, ma è l’ulteriore conferma che viviamo una crisi strutturale del nostro sistema: è un concetto che abbiamo già più volte ribadito e che riprenderò alla fine del mio intervento con alcune considerazioni sugli aspetti istituzionali.


CONSIDERAZIONI POLITICHE

Le dimissioni del Presidente Lavevaz non sono state una sorpresa, visto che da oltre un anno e mezzo la crisi della maggioranza regionale era evidente e grave e che in tutto questo tempo siamo passati dal dover effettuare rapidamente un piccolo tagliando alla necessità di operare revisioni, ridefinire perimetri, fare sintesi, trovare percorsi condivisi, esplorare allargamenti, ribadire un giorno che a 18 si può tranquillamente governare, per poi affermare il giorno dopo in modo schizofrenico che a 18 non si può governare…

Quello che ci ha invece sorpreso è che il Presidente della Regione e la Presidente dell’Uv abbiano impiegato quasi due anni a rendersi conto dell’azione disgregatrice che fin dall’inizio della legislatura è stata condotta da esponenti del gruppo dell’Union Valdôtaine, in sintonia con il gruppo della Lega.
Io ricordo bene che addirittura durante le riunioni precedenti all’accordo di maggioranza l’avversione di alcuni di loro nei confronti di PCP era palpabile, ma ciononostante si era poi arrivati ad una intesa su un programma e una maggioranza autonomista-progressista.

Solo tre mesi dopo, era gennaio 2021, in una riunione di tutte le forze politiche della maggioranza, chiesta per affrontare alcuni problemi emersi sui contenuti programmatici, il capogruppo dell’Union Marguerettaz aveva categoricamente affermato “il programma non è un totem”, subito seguito a ruota dall’Assessore del Pd. Un atteggiamento critico, di per sé legittimo, ma senza peraltro manifestare una reale disponibilità al confronto costruttivo.

Già a gennaio e poi nei mesi successivi le ostilità all’applicazione del programma sono state molte: parlo della elettrificazione della ferrovia, del PRT, dell’aeroporto, delle discariche, della Road map FFF, della questione ospedale…Si è arrivati a promuovere all’interno della 4 commissione presieduta dal consigliere Grosjacques un’azione di indagine sull’operato dell’Assessora ai Trasporti, con la scusa di esaminare la questione ferrovia e il PRT, che tra l’altro continua ad essere fermo nei cassetti.

L’azione sistematica di boicottaggio a punti fondamentali del Programma portò dopo alcuni mesi, a maggio, alle mie dimissioni e a quelle della collega Guichardaz.
Due giorni prima della presa d’atto di tali dimissioni da parte del Consiglio c’era stata la famosa riunione alla Grand Place per un confronto tra eletti e forze di maggioranza al fine di affrontare la situazione: solo il Presidente Lavevaz, oltre a PCP, aveva preso la parola. Per il resto silenzio tombale e rifiuto di discutere da parte di tutte le componenti autonomiste: proprio un bell’esempio di dialogo, mediazione e confronto!

Dopo il 26 maggio la frattura nella maggioranza avrebbe ancora potuto essere ricomposta, se i cinque consiglieri che fanno riferimento al Pd avessero dimostrato coerenza con il programma concordato e con il progetto della lista in cui erano stati eletti. Invece scelsero di abbandonare PCP e di accettare supinamente scelte e posizioni in aperta contraddizione con quanto deciso a ottobre 2020. Tutto era dunque già scritto quasi due anni fa; spiace e sconcerta che solo ora ci si renda conto della volontà di alcuni consiglieri unionisti di fare una alleanza con la Lega e della loro ostilità nei confronti del Presidente della Regione e di alcuni esponenti dell’esecutivo, e non parlo solo della sottoscritta. Comportamenti incompatibili con un progetto di governo progressista ed autonomista.


CONSIDERAZIONI ISTITUZIONALI

Le dimissioni del Presidente Lavevaz sono per noi, e non solo per noi che sediamo in quest’Aula, l’ennesima conferma della necessità inderogabile di una riforma elettorale che dia agli elettori la possibilità di scegliere il programma, la maggioranza ed il Presidente della Regione.
La Riforma elettorale per cui da consigliera mi ero già battuta nella precedente legislatura avrebbe impedito manovre come quella fra coloro che la stampa definisce colonnelli unionisti e la Lega e avrebbe arginato le degenerazioni personalistiche consentite dall’attuale sistema.

Un sistema che conviene a molti, perché permette di fare e disfare maggioranze, di operare ribaltoni, di cambiare in corsa a seconda del prevalere di posizioni e interessi contingenti. Non è un caso che ci sia stato grande schieramento e mobilitazione in Consiglio per impedire il Referendum consultivo proposto dal Comitato per la riforma elettorale, che avrebbe messo ognuno di fronte alle conseguenze delle proprie scelte. Rispetto all’importanza della riforma elettorale si obietta che più che le regole sono le persone che contano, che fanno la differenza; che devono avere le caratteristiche “giuste” per governare, che non può occupare posti di governo chi è “incapace, inadeguato, inappropriato”, chi non si adegua al sistema. E inoltre si afferma che non si risolve la questione del governo di questa regione con l’elezione diretta del Presidente e della maggioranza.

Al contrario, di fronte alle vicende di questi ultimi dieci anni, di fronte a quanto ho potuto constatare non più solo come cittadina, ma come eletta, io sono ancora più convinta che la battaglia per la riforma elettorale nel senso da noi indicato sia da continuare con rinnovata determinazione. Questa Regione deve cambiare un sistema che consente operazioni trasformiste, produce perenne instabilità e crea danni alla comunità. Poi, certo, le persone contano: ma devono poter operare all’interno di un sistema nuovo che garantisca maggiore trasparenza e stabilità e dia più potere agli elettori.