Caro Fabio,
C’eravamo promessi un ultimo incontro e, grazie alla tua amata Nathalie eccoci qui, uno di fronte all’altro.
Per tre anni mi hai teso più di un pacifico agguato quando sornione, alle otto del mattino, dopo avere lasciato la tua amatissima Bianca a scuola, mi bloccavi senza preavviso per un’ora almeno, a fare il punto.
Questo è l’ultimo agguato, il più doloroso.
Grazie a quei momenti siamo cresciuti insieme: io ti ho convinto che la politica alta – il tuo pane – prende corpo e nel contempo è ispirata da piccoli affettuosi atti civici, vicini a tutti e a ciascuno…tu mi hai insegnato ad essere vigili, severi, coerenti e franchi, insieme abbiamo tenuto unito il gruppo, perché l’unità è fluida, feconda, consolatrice, ma va alimentata dalla parola paziente che riconosce, risana e previene…le omissioni, i silenzi invece sono coltelli fendenti che aprono varchi verso tante, amare derive in cui regnano numerose solitudini e altrettante infelicità.
Entrambi abbiamo vissuto un’età della giovinezza battuta dal vento impetuoso di idee nuove, ma ispirate al Dio dei nostri padri, al Dio del popolo d’Israele. Come recitava il più sano cristianesimo sociale, credevamo nella militanza in comunità solidali, ci interrogavamo su quale libertà meritasse l’uomo, individuo irripetibile e incerto, desideroso dell’altro e insieme nemico dell’altro. Non ne abbiamo mai parlato, eppure intuivo che, della tua cultura di appartenenza, avessi messo in discussione gli aspetti dogmatici, i ritualismi svuotati, le ipocrisie…ma tu, con i tuoi occhi scuri, taglienti e benevoli insieme, puntavi verso la lontananza continuando a cercare, come da giovane, il Cristo. Anzi, una miriade di poveri cristi, quelli reietti, i dimenticati, i fragili di ieri ma anche di oggi, come chi porta cibo in bici anticipando ottanta euro come cauzione per l’attrezzatura e guadagna cinque euro l’ora, chi pulisce cessi o raccoglie pomodori in nero, chi paga per salpare alla conquista di una patria meno avara della sua e approda in un luogo in cui si misura col denaro quanto vale la sua libertà…ma anche chi aizza le folle contro un nemico invisibile e chi gli crede, chi impoverisce il suo spirito restando in superficie per paura di annegare, chi vomita la propria infelicità imbrattando d’insulti persone e opere intorno, senza pietà.
Li hai guardati tutti con una umana misericordia, e hai ritrovato il sacro nel tuo servizio alla città, hai coltivato pensieri trascendenti speculando, elucubrando testardamente attorno ai nodi della convivenza civile, dello sviluppo urbano, delle urgenze di periferia. Nel compiere il tuo ministero di rappresentante eletto hai dimostrato che discutere è energia, vitalità ma la lotta spreco e miopia, che alzare la voce per marcare a fuoco un’idea è scolpire, forgiare metallo in fucina, ma seminare odio è putredine, quasi sempre è malcelata disperazione.
Nell’approssimarti alla morte hai celebrato ogni rito laico con solennità e rigore ma soprattutto, fin all’ultimo l’hai riempito, per tutti noi, di una speranza: quella di saper affrontare la fine con coraggio e stile, come te.
Fabio, che il Dio dei costruttori di pace, degli spiriti infuocati, degli animi sinceri ti accolga ma ti prego, se ti accorgi che i tuoi vecchi compagni d’avventura rischiano di disperdersi, di peccare di codardia, di perdere le ragioni per cui hai consumato la tua breve vita per amor di giustizia diffondi ovunque quell’odore acre, fetente della tua dannata pipa, affinché ci destiamo e torniamo in noi, insieme a te.
Insieme a tutto il Consiglio Comunale, alla Giunta la città che hai servito fino all’ultimo giorno ti rende onore e ti riprende nella sua terra più avvolgente e profonda, preservandoti dal tempo roditore, allungando la tua ombra discreta sulle nostre eterne memorie, sui tuoi affetti più cari. Buon riposo, Fabio caro.

Gianni